Quella certa incertezza. Sicuri che nell’instabilità non si celi il seme del cambiamento?

Immagina la foresta tropicale, circa 3 milioni di anni fa: vegetazione fitta, alta circa mezzo metro. E immagina una scimmia che è scesa dagli alberi e che si aggira nella selva alla ricerca di cibo. Procede a quattro zampe, com’è abituata a fare, com’è nella sua natura.

Ad un tratto sente qualcosa dentro, un istinto: vuole guardare più lontano, cerca una prospettiva più ampia, ma la vegetazione è alta e glielo impedisce. È allora che decide. Si alza in piedi con timore. Le gambe tremano, l’equilibrio è precario. Si alza lentamente, fino a quando riesce a stare dritta e, finalmente, a guardare oltre, a guardare più lontano.

Può così dominare con la vista più spazio rispetto a prima. Per la prima volta vede l’orizzonte, e nonostante non sia ancora brava ad usare solo gli arti inferiori, nonostante provi insicurezza, sente che questo va bene e che è giusto così.

L’essere umano ha sempre avuto a che fare con l’incertezza. Sin dall’alba dei tempi abbiamo rinunciato alla nostra stabilità per avere più visione, più possibilità per il futuro.

L’incertezza è quel momento in cui si realizza che molto poco rimane sotto il nostro controllo e che l’imprevedibilità è il prezzo da pagare per il cambiamento. Per questo non dobbiamo temere quei giorni in cui sentiamo che il passo è incerto, che c’è poco equilibrio, che rischiamo di cadere: in quel momento, stiamo sacrificando la nostra sicurezza in nome dell’evoluzione. Rinunciare all’incertezza significherebbe privarsi delle opportunità, del futuro in senso ampio, delle possibilità che il gioco della vita ci offre.

Se ci facciamo caso, anche quando camminiamo spediti esiste un momento, tra un passo e l’altro, in cui non c’è equilibrio. Eppure avanziamo. È lì che si coglie il senso dell’incertezza come ingrediente fondamentale per il movimento.

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E se da un lato l’incertezza è necessaria per crescere, dall’altro è una costante nelle nostre vite. E come tutte le cose che sempre esistono e sempre cambiano, ciò che spaventa è l’etichetta che diamo a ciò che accade. Perché denominarla incertezza o certezza, è semplicemente un giudizio. Non è altro che una valutazione di qualcosa che fa parte dell’esistenza e che il nostro intelletto analizza ed etichetta. Cosa ci porta, di fatto, a giudicare una situazione come certa o incerta? Forse le possibilità di previsione che abbiamo su di essa? Ma siamo davvero sicuri di riuscire a prevedere ogni conseguenza di ciò che accade?

Come gestire la paura dell’incertezza.

E allora, quando siamo sopraffatti dalla paura dell’ignoto e dell’incertezza, cosa possiamo fare?

· Innanzitutto possiamo pensare che qualcosa di meraviglioso sta accadendo: stiamo per fare un passo evolutivo, ci stiamo alzando in piedi per guadagnare più prospettiva, stiamo rinunciando alla nostra stabilità per procedere in avanti.

· Possiamo inoltre mettere l’attenzione sull’unica cosa che è davvero sotto il nostro controllo: il momento presente. Nel qui e ora non c’è passato né futuro e la nostra mente può iniziare a fluire in quello spazio aperto che si rivela nella presenza. Rallentare il corpo, fare lunghi respiri, prendersi dei momenti per fare niente, sono tecniche che avvicinano al presente, a quello spazio nel quale c’è l’unica certezza – ma forse la più importante – che noi siamo ciò che siamo.

· E infine possiamo goderci il fatto che in quei momenti la nostra vita assomiglia ad un quadro di Pollock: con tanti colori messi lì nel caos che però, nell’insieme, hanno unicità, senso e bellezza.

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di Filippo Scarcia.

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