Cambiare per diventare se stessi. Bob Hoffman, il sarto che “ricucì” la psiche contemporanea

Ha cambiato la vita a migliaia di persone in Italia e nel mondo. Si chiama Hoffman Quadrinity Process ed è un programma di guarigione emozionale ideato quasi mezzo secolo fa da Bob Hoffman, maître à penser e sviluppatore di una delle più riuscite e collaudate tecniche di crescita personale contemporanea. Da allora ha aiutato più di 95mila persone a migliorare la propria vita emotiva, professionale e spirituale. Diffuso in quattordici Paesi, è coordinato dall’Hoffman Institute International inc. con sede in California, è arrivato in Italia nel 1990 grazie a Michael Wenger e alla sorella Lisa, con la supervisione iniziale dello stesso Bob Hoffman. In seguito si unì a loro Daniela Uslenghi, psicologa, psicoterapeuta esperta di relazioni familiari e di coppia, che approfondì ulteriormente il metodo e le sue possibili applicazioni: «Grazie a un aggiornamento costante e con l’apporto delle neuroscienze e della biologia umana – spiega la dottoressa, direttore scientifico dell’Istituto Hoffman Italia -, il metodo è stato sviluppato e perfezionato in oltre quarant’anni di studio». Da allora politici, attori, manager, insegnanti, terapeuti, medici e persone di ogni età, fascia di reddito, religione e livello culturale hanno seguito questo percorso esperienziale con successo. Ho voluto provarlo anche io e ve lo racconto qui di seguito.

Come funziona: il racconto
È stata un’amica a parlarmi per la prima volta del Metodo Hoffman. Sara (nome di fantasia), 52 anni, usciva da un periodo difficile. Tutto sembrava andare storto, un divorzio doloroso, problemi sul lavoro e una forte mancanza di autostima. Risultato, una vita grigia e senza prospettive. Un giorno venne a sapere del Metodo Hoffman e qualcosa scattò dentro di lei. Era venuto il momento di occuparsi di se stessa dopo una vita “addormentata” e vissuta con un certo masochismo in funzione degli altri. Decise così di iscriversi al seminario di sette giorni che in Italia si svolge presso Cà Murà, una bella residenza immersa nel verde nei pressi di Padova. Da quel momento la sua vita cambiò. Tornò che era un’altra persona. Conoscevo bene Sara e quella sua trasformazione mi colpì profondamente: da rassegnata e depressa, era solare e piena di entusiasmo. Aveva cambiato perfino postura. La sua testimonianza fu per me contagiosa: mi raccontò di come fosse diventata più consapevole e serena nell’affrontare le sfide quotidiane; di come fosse riuscita a comprendere l’origine dei suoi comportamenti distruttivi e a modificarli; a riconoscere ed esprimere in modo adeguato le sue emozioni e a sviluppare la capacità empatica e di comprensione dell’altro. Non solo: erano migliorati i rapporti con la famiglia, gli amici, i colleghi e soprattutto era riuscita a calmare la sua mente e a dominare l’ansia. Obiettivi difficili, ma resi possibili dal seminario-corso.

Fu in quel momento che m’interessai al Quadrinity Process. Lessi nel libro di Tim Laurence – fondatore dell’Istituto Hoffman nel Regno Unito (Cambiare si può, Tecniche Nuove, 2005) -, di come Bob avesse coniato il termine Quadrinity per descrivere i quattro aspetti del nostro Sé: l’intelletto, le emozioni, il corpo e lo spirito. Messi in condizione di collaborare tra di loro attraverso una serie di tecniche mirate, questi aspetti avrebbero dato inizio a una guarigione. Per associazione, mi vennero in mente Le Quattro Nobili Verità esposte dal principe Siddharta, ovvero Shakyamuni, il Buddha storico vissuto nel sesto secolo avanti Cristo (la sofferenza; l’origine della sofferenza; la cessazione della sofferenza e la via che porta alla cessazione della sofferenza). E mi venne in mente la potente metafora di Gurdjieff – filosofo, scrittore e mistico armeno -, che aveva paragonato l’essere umano a una carrozza: la carrozza è il corpo, i cavalli le emozioni, il cocchiere la mente e il passeggero, ossia il proprietario, colui che decide la direzione. Gurdjieff – come Hoffman – intendeva che se il proprietario è addormentato, la mente-cocchiere diventa anarchica, si ubriaca e sbanda senza riuscire più a governare i cavalli-emozioni. Alla lunga chi ci rimette è la carrozza-corpo, costretta a percorrere strade dissestate in un delirante viaggio interiore...
Prima di iscrivermi, volevo però saperne di più sul Processo Hoffman e di come fosse strutturato. Ho così scoperto che attinge a una vasta gamma di tecniche tra cui la Gestalt Therapy, la Bioenergetica o la Teoria dei Sistemi Familiari. Ero affascinata da questa metodologia sapientemente combinata tra sedute di gruppo e individuali, esercizi di psicodinamica, visualizzazione, esteriorizzazione delle emozioni, auto-indagine, scrittura autobiografica, rieducazione comportamentale e rituali tipici della corrente umanistica. È stato un momento intenso quando, durante il seminario al quale mi sono iscritta in seguito, ci hanno fatto ascoltare una vecchia registrazione di Hoffman mentre recitava il Kaddish: «Itgadàl vitqadàsh shemè rabbà. Be’almà di verà khirutè...».
Nulla del suo metodo – e del seminario che si può fare una sola volta – sembrava essere lasciato al caso. E poi, come giornalista, ero curiosa di sapere chi era quest’uomo, definito «in parte genio e in parte folle scatenato». Non c’era molto materiale su di lui. Qualche notizia vaga sul web e pochi testimoni che lo avevano conosciuto da vicino prima della sua scomparsa nel 1997. Di fatto era già entrato nella leggenda.

Chi era Bob Hoffman
Chi era dunque Bob Hoffman? Qual era la sua storia? Bob nacque a New York nel 1922 e in seguito si trasferì in California. I suoi genitori emigrarono dall’Ucraina negli Stati Uniti intorno al volgere del secolo. A quel tempo erano molti gli ebrei costretti ad abbandonare i loro shtetl a causa della diffusa giudeofobia dell’Est Europa. Anche i genitori di Bob fuggivano probabilmente da qualche villaggio della campagna ucraina. O forse erano semplicemente dei benestanti ebrei di Kiev impossibilitati a svolgere il loro mestiere a causa dei pogròmy che si facevano largo tra ogni strato della popolazione. Chissà. Di fatto Bob crebbe in America da buon ebreo praticante e imparò il mestiere di sarto. Tuttavia, più che al confezionamento di abiti e giacche, il suo interesse si concentrò sull’essere umano. Si rese conto che la maggior parte delle persone non riusciva a realizzare il proprio potenziale a causa delle ombre del passato e pensò che attraverso tecniche adeguate le cose avrebbero potuto cambiare.
Per quale motivo diventiamo ciò che siamo? Come si sviluppa la nostra personalità? E da cosa sono determinate le nostre scelte? Bob non aveva una formazione accademica e non era un intellettuale. Possedeva tuttavia un intuito formidabile e gli bastava un’occhiata per capire chi aveva di fronte. Sviluppò le sue doti intuitive nel corso degli anni e aiutò molte persone deluse dal mondo e dalla vita, con delle sedute individuali. Ma fu l’incontro con uno psicanalista junghiano di nome Sigfried Fischer a dare una svolta alle sue teorie. Fischer intuì lo straordinario talento di Bob e gli inviò i casi più complessi e difficili. Nel 1972 un altro incontro fu determinante, quello con lo psichiatra e psicanalista Claudio Naranjo, con il quale Bob elaborò un programma di guarigione efficace e catartico, allora strutturato in un percorso di tredici settimane. Nel 1985 Hoffman rielaborò il programma riducendolo a un seminario-corso residenziale intensivo di otto giorni che chiamò l’Hoffman Quadrinity Process. «Il mio sogno -, disse -, è che questo lavoro alla fine sarà riconosciuto da tutte le comunità scientifiche, che sarà riconosciuto dai pontefici educativi del mondo e che sarà inserito nei programmi educativi obbligatori». Un sogno che si è già parzialmente avverato. Dopo la sua morte, il programma è stato riconosciuto da alcune ricerche universitarie (University of California ad esempio), ha fatto parte di un Master in “Public leadership” alla Kennedy School of Governement di Harvard e continua a ottenere riconoscimenti in tutto il mondo. Scriveva un grande pensatore e rav, Abraham Isaac Kook: «Ci potrebbe essere un uomo libero con uno spirito da schiavo, e ci potrebbe essere uno schiavo con uno spirito pieno di libertà; ma chi è fedele a se stesso – quello è davvero un uomo libero, e chi si riempie la vita solo con ciò che è buono e bello agli occhi degli altri – quello è uno schiavo».

 

L'articolo originale si trova su http://www.mosaico-cem.it

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