about hoffman

Nello spazio accogliente e creativo del Frida, si è tenuta una serata splendida, un vero e proprio viaggio nel cuore dell'Hoffman.
Questo incontro ha trattato tutto ciò che compone la base scientifica dell'Hoffman, le metodologie applicate, le ricerche svolte negli anni e le basi teoriche come la "sindrome dell' amore negativo" e il "ciclo della trasformazione". Il direttore scientifico dell' Istituto - dott.ssa Daniela Uslenghi - e l'insegnante Hoffman - Giosè Milli - si sono confrontati apertamente su queste tematiche facendo emergere diversi spunti di riflessione.
Terminata la sessione plenaria sono state composte tavole rotonde all'interno delle quali i partecipanti hanno piacevolmente discusso e scambiato opinioni rispetto alle criticità emerse. Dai gruppi sono scaturite una serie di domande alle quali gli insegnanti hanno risposto, attraverso loro pensieri e considerazioni, riportati di seguito.

 

D: Come fare a perdonare e vincere l’orgoglio?

R: Quando è stata fatta questa domanda, nella mia mente e nel mio cuore si sono aperti ampi spazi di voli e riflessioni filosofiche, ma vorrei provare a stare coi piedi per terra e darvi un mio punto di vista che spero utile nella quotidianità.
Se ci troviamo nella posizione di “dover o voler perdonare” è perché sentiamo di aver subito un torto, o di essere stati feriti da qualcosa che ci è stato fatto. Questo vissuto ci pone spesso in una posizione “up”, io sono nel giusto e tu nell’errore, e se tu hai sbagliato sei tu che devi rimediare. Il nostro carattere fa fatica a lasciar andare questa prospettiva: “Mi hai ferito, perché devo anche perdonarti?” L’orgoglio nominato nella domanda sta qui, come se perdonare fosse un atto di debolezza, di sudditanza.
Proviamo a vedere da un’altra angolazione: e se la persona in questione non avesse fatto ciò che ha fatto per farci del male? E se potessimo comprendere il perché l’altro ha fatto ciò che ha fatto? Spesso si pensa che perdonare significa dimenticare, il perdono consapevole invece tiene a mente ciò che è successo, ma riesce a comprendere l’umanità propria e altrui e lasciar andare i sentimenti di biasimo e rancore che inquinano il nostro spazio emotivo. Ramesh Balzekar, un noto maestro spirituale indiano, un giorno ci ha detto: “Volete aver ragione o essere felici? Perché le due cose insieme non ci stanno!”.
La mia esperienza quotidiana concorda con quanto gli studi stanno affermando: se posso comprendere e lasciar andare sentimenti amari, ho molta più energia libera da dedicare alla vita e al mio benessere.
La domanda: Se potessi immaginarti completamente capace di perdonare, ti sentiresti più Libero?

D: Come insegnate la compassione senza che diventi una questione morale?

R: Nell’Hoffman non insegniamo la compassione, la compassione non è da insegnare, è semplicemente una possibilità umana. Nell’Hoffman aiutiamo le persone a rileggere la propria storia di vita, a comprendere le proprie dinamiche interne, i perché del loro carattere, Attraverso la comprensione si aprono spazi emotivi più liberi che permettono all’empatia, alla gentilezza, al discernimento di emergere. La compassione non si basa su dogmi morali o cose giuste/sbagliate, è semplicemente la possibilità di "sentire con” e ogni persona la potrà calare nel proprio sistema valoriale. Come già espresso nella domanda precedente, comprendere, sentire, ci permette di liberare la psiche da retaggi e costrizioni e di poter agire da uno spazio di maggiore consapevolezza. Sta poi alla persone agire in coerenza coi propri valori, nessuno può e deve sostituirsi a ciò. Nella mia esperienza personale e clinica ho potuto tastare con mano che quando si riesce ad essere gentili con se stessi e gli altri, quando riusciamo a guardare a ciò che accade in modo obiettivo e senza critica feroce, la possibilità di rimediare e modificare è molto più grande ed effettiva.
Domanda: Come cambierebbe la tua vita se fossi capace di essere leale a quello che senti giusto e parallelamente rispettare le persone a te vicine?

D: Se non riconosco i miei aspetti negativi nei miei genitori, da dove li ho presi?

R: “Il frutto non cade lontano dall’albero” immagino abbiate già sentito questo detto popolare. E come spesso accade, i detti hanno una base semplice di verità. Come raccontato durante la serata che ci ha visti assieme, la scienza e gli studi dell’ultimo secolo dimostrano la veridicità di questo detto. E poi ovviamente non siamo delle duplicazioni fedeli dei nostri genitori. Quando non riconosciamo direttamente in loro alcune nostre caratteristiche - negative o positive che siano - si aprono spazi di esplorazione interessanti e che ci possono svelare dei lati di noi che forse non sono così evidenti. Ci sono infatti vari modi in cui la programmazione del nostro carattere avviene, con voi abbiamo parlato di assimilazione diretta di caratteristiche attraverso l’imitazione (ricordate le pochette di Lorenz?) dei nostri modelli di riferimento e di strategie che come bambini mettiamo in atto per avere attenzione e amore dai nostri genitori. Ci sono altre modalità a cui possiamo guardare: la ribellione è una di queste: i miei genitori erano in un certo modo, ed io mi comporto all’opposto loro, come atto di protesta a qualcosa che non mi piaceva. Pensiamo così di essere diversi da loro, in realtà non siamo davvero liberi di essere e fare ciò che sarebbe più vicino al nostro essere, mettiamo in atto invece in modo automatico l’opposto loro.
Un altro scenario molto frequente è lo sviluppo di attitudini e tratti caratteriali in reazione a qualcosa che accade nel contesto familiare. Ad esempio: Se i miei genitori per lavoro erano spesso assenti, io potrei sviluppare di conseguenza aspetti abbandonici che non ritrovo nei miei genitori ma che il contesto ha generato; oppure potrei sviluppare un carattere molto auto-sufficiente di conseguenza alla loro assenza... e così via. Un altro esempio: Se in famiglia c’erano situazioni impegnative che i genitori dovevano gestire, io potrei sviluppare tratti caratteriali quali “non aver bisogno di nulla” “ me la cavo da sola” “non devo essere un peso” e così via.
Esplorarsi negli aspetti meno apparenti ci permette spesso di fare u salto, allora se volete giocare un po’ chiedetevi: “Cosa ancora non conosco in me?” e lasciatevi sorprendere dalle risposte che vi arriveranno e da ciò che potrete osservare nella vostra quotidianità attraverso questa domanda.

D: Il cambiamento è sempre un miglioramento?

R: Bella domanda :-) e la risposta è semplice: NO! Il cambiamento è cambiamento. Cambiamo in continuazione, il nostro corpo cambia tutto il tempo, le nostre emozioni e i nostri pensieri cambiamo... tutto cambia, forse l’unica costante è il cambiamento?
Il cambiamento avviene nonostante noi, quello che possiamo diventare abili a fare è portare consapevolmente alcuni cambiamenti nella nostra vita. E se lo facciamo consapevolmente forse, e dico forse, il cambiamento sarà vissuto da noi come migliorativo rispetto ad una situazione o rispetto ad alcuni aspetti del nostro carattere. Ci vuole coraggio nel cambiare consapevolmente, perché ciò che lasciamo è conosciuto, anche quando ci piace poco, mentre le conseguenze del nostro cambiamento non possono essere conosciute. E a volte ci rendiamo conto che quel cambiamento portato non ci porta lì dove volevamo andare. Che fare in questo caso? Portare un ulteriore cambiamento, avere il coraggio di ammettere di aver sbagliato e cambiare strada. Se possiamo stare nel pensiero che qualunque scelta facciamo nella vita non è un vincolo per sempre, troveremo il coraggio di scegliere e cambiare. Tanto spesso mi sono trovata ad ascoltare persone che non osavano fare una scelta perché dentro questo vincolo del “sempre”, e se ne uscissimo? E se ci ricordassimo che abbiamo sempre la possibilità di rivalutare scelte fatte?
La domanda: Se potessi immaginare un cambiamento positivo nella tua vita, che direzione prenderebbe? E una un po’ provocatoria.... Cosa è per sempre?

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