Perché si decide di diventare genitori

 

Il compito di un genitore inizia molto prima di quanto si immagini, inizia nel momento stesso in cui nella mente compare il desiderio di diventarlo.

A differenza di qualche anno fa, oggi è sapere comune che già in gravidanza inizia la relazione col bambino e da qui il ruolo di genitori. Non per nulla sono stati scritti molti libri sul tema e ci si può preparare frequentando percorsi di vario genere.

Poca attenzione è data ancora all’atto di decisione: cosa scatta nella mente di una persona che decide di avere un bambino? E cosa succede poi?

Sappiamo ovviamente che dentro di noi agisce la spinta primordiale di preservare la specie e quindi di procreare, ma l’esperienza clinica e i dati statistici dimostrano che questo istinto è oggigiorno estremamente mediato dal condizionamento culturale e dal clima relazionale in cui viviamo.

Alcuni esempi che abbiamo sotto gli occhi: l’età in cui si diventa genitori sta crescendo, nonostante il periodo più adeguato a livello genetico sia rimasto lo stesso; il numero di figli si abbassa costantemente e la percentuale di figli unici aumenta, nonostante che per la preservazione della specie questa tendenza non sia funzionale; molte persone decidono di non avere figli, nonostante per la specie sia controproducente.

C’è necessità quindi di supporre che altri stimoli contribuiscano a questa decisione, e già stare a parlare di decisione ci dice quanto ci siamo allontanati dal puro istinto.

Quindi, cosa succede?

Ipotizziamo che la spinta primordiale accenda la lampadina, e poi? Poi ognuno fa i conti – consapevolmente o meno – con la propria realtà, con la propria struttura di carattere, col fatto di essere “figli”.

Facciamo esempi pratici per meglio comprendere.

  1. Voglio un figlio ma ho paura;
  2. voglio un figlio, solo così mi sentirò davvero realizzata/o;
  3. voglio un figlio a tutti i costi;
  4. voglio un figlio ma non arriva;
  5. voglio un figlio ma il mio partner no;
  6. non voglio un figlio ma il mio partner sì;
  7. non voglio un figlio ma tutti se lo aspettano

1. Voglio un figlio ma ho paura

La paura prende varie sfumature, dalla mia esperienza clinica le più tipiche sono tre:

  • non sentirsi all’altezza, non sentirsi adeguati;
  • temere la responsabilità e la perdita di libertà;
  • temere che il bambino possa avere dei problemi.

Parto dall’ultima: di solito la paura che il bambino possa nascere con problemi non frena più di tanto la realizzazione del desiderio, a meno che nella famiglia di origine ci sia qualche patologia genetica o siano già avvenute situazioni problematiche.

Se questo è il caso, spesso la persona si sente “difettata” e, anche inconsapevolmente, arrabbiata coi propri genitori che le hanno trasmesso questa pesante eredità.

Di conseguenza nasce a volte un sentimento di colpa e vergogna verso il proprio partner, con gravi disturbi all’interno della coppia e del suo equilibrio paritetico.

Se questa situazione si presenta, è assolutamente necessario fare un lavoro personale per poter prendere coscienza di tutte le sfumature che ci si porta dentro e poter accettare ciò che possediamo prima di avventurarsi nel divenire genitore.

Il Metodo Hoffman, che pratico da più di 15 anni, offre un’opportunità molto grande di mettere a posto le proprie origini per creare poi qualcosa di nuovo che vada oltre i limiti trasmessi.

Il non sentirsi all’altezza può basarsi su differenti premesse.

A volte la persona semplicemente ha nel proprio carattere questo sentimento: non si sente all’altezza di essere genitore come non si sente all’altezza del lavoro che fa, di essere un partner adeguato, di affrontare nuove situazione, di aspettative proprie e altrui. Per dirla in poche parole, non ci si stima a sufficienza proprio come persona e questa problematica ricade a cascata in ogni ambito della vita.

Se conosci in te questa tematica, sperimenti ogni giorno sulla tua pelle quanto limitante sia, i sentimenti coinvolti e le conseguenze.

Di solito ci si sente inferiori agli altri, non si è mai tranquilli nel fare le cose – anche quelle che si sa fare bene – ci si giudica molto puntualizzando i lati negativi senza considerare i propri punti di forza, ci si sente sempre giudicati e criticati dagli altri, anche quando non accade, ci si tira indietro rispetto a nuove esperienze per il timore di fallire, quando si affrontano le cose il grado di agitazione è talmente alto che la possibilità di errore cresce a dismisura e, come una profezia che si avvera, spesso e volentieri i risultati ottenuti confermano il nostro sentirci inadeguati.

In questo stato, come si può affrontare l’essere genitore, compito riconosciuto come più complesso in assoluto e privo di certezze?

Nessuno può insegnarci a essere genitore o meglio, non si impara sui libri e non si impara in teoria.

Eppure dentro di noi c’è un’idea di cosa significhi essere genitore e questa idea viene creata nella relazione diretta di noi figli coi nostri genitori: quello che abbiamo vissuto con i nostri genitori e quello che abbiamo visto nei nostri genitori è la base che, volente o nolente, condiziona il nostro pensarci genitore.

Se nel nostro vissuto loro non erano un buon esempio come genitori, rifiutiamo il loro modello ma non ne abbiamo un altro a cui riferirci. Da qui l’ansia.

Oppure temiamo di poter diventare come loro e questa paura ci frena nel metterci nella stessa situazione. O ancora, loro erano così bravi, così perfetti che mai e poi mai saremo in grado di eguagliarli.

Qualunque sia la situazione, per diventare genitori è necessario in primo luogo riappacificarci con le figure genitoriali che portiamo dentro, trasformarci da figli a persone adulte, poiché, anche se ci comportiamo al meglio come genitori, quello che trasmettiamo al bambino è la complessità del nostro essere e del nostro sentire.

Anche per quanto riguarda il timore di perdere la libertà e assumersi la responsabilità dobbiamo guardare indietro, ai nostri genitori.

Lo ripeterò molto spesso nell’articolo, perché la realtà è proprio questa: tutto ciò che diventiamo da grandi dipende dalla relazione primaria con le nostre figure genitoriali e, per avere la possibilità di sentirci appieno genitori, dobbiamo sganciarci dalla dipendenza da quello che è stato il nostro passato.

Incontro sempre più persone che temono la perdita della propria libertà, come mai avere figli è vissuto così?

Chiaro, un contributo è dato dalla situazione culturale in cui ci muoviamo, concentrata sull’individualismo, assuefatta da una soddisfazione immediata dei desideri e soprattutto incentrata su ritmi frenetici di vita.

L’altro motivo lo ritroviamo nella nostra infanzia: cosa ci hanno trasmesso i nostri genitori?

C’era gioia in loro, erano soddisfatti come individui o ti hanno fatto pesare in qualche modo la tua presenza?

Molto spesso ci è trasmesso il sacrificio che un genitore deve fare, sentiamo ancora la loro voce che ci ricorda a quanto hanno dovuto rinunciare a causa nostra. Quanto è stato duro tirarci su e frasi simili. Ad esempio, succede ancora, e succedeva molto più nel recente passato, che la madre “rinunci” ai propri sogni professionali per occuparsi del bambino e che questa rinuncia le pesi.

Il bambino lo sente, anche se la mamma non lo dice. Sente la sua insoddisfazione e la vive introiettandola, sentendosi un peso, sentendosi in colpa e spesso mettendo in atto tutta una serie di strategie per rendere “felice” la mamma.

Altra situazione si presenta se abbiamo avuto genitori “sacrificali”, genitori che si dedicano completamente a noi figli, che mettono da parte ogni altra cosa – inclusa la loro relazione – perché al primo posto ci siamo noi.

Genitori che per il bene nostro offrono, sacrificano (rendono sacra) la loro esistenza a noi: lavorano tantissimo per poterci permettere il meglio in ogni cosa; annullano la loro vita sociale perché adorano stare sempre con noi; non considerano i propri bisogni ma solo i nostri e così via.

L’esperienza che arriva a noi in qualità di figli è che tutto ciò rientra nella normalità, è giusto ciò che loro fanno per noi, è giusto per noi essere al primo posto.

Tra l’altro, a differenza di quello che ho detto prima, non arriva il lamento o la rimostranza (mi sacrifico per te) ma il bimbo sente la totale dedizione dei genitori e può sentirsi un principino a cui tutto è concesso.

E una volta adulto?

Questo bimbo “cresciuto” si aspetterà che tutti siano al suo servizio, non sarà per nulla disposto a cedere questo primato, non sarà disposto a “sacrificarsi” per niente.

Poi appare l’idea di divenire genitore, e con questa idea l’immagine di legarsi a doppia corda e di dover rinunciare a tutta la propria vita per il figlio.

Perché? Perché questo è ciò che ha visto e vissuto coi suoi genitori, perché questa è l’immagine interiore che si porta dentro, perché la parte rimasta bambina grida e si ribella alla possibilità di doversi mettere da parte per occuparsi di qualcun altro.

Altro esempio: se i tuoi genitori sono stati persone molto responsabili, che hanno sviluppato molto il senso del dovere e poco la parte ludica nella relazione con te, è possibile che crescendo tu sia diventato una persona estremamente affidabile, ponderata, attenta. E la gioia?

C’è gioia, piacere, leggerezza nella tua vita? Se pensi di divenire genitore, cosa credi peserà maggiormente dentro te?

La gioia di poter assistere al miracolo della vita, o l’enorme responsabilità che questo comporta?

Non ho la presunzione di poter considerare tutti i casi e le miriadi di sfumature che fanno parte della relazione coi tuoi genitori e che possono intervenire nella decisione di diventarlo. Vorrei solo dare degli esempi per mettere in luce quanto ciò che sta alla base dei nostri vissuti rispetto a divenire genitori sia profondamente interconnesso con le nostre esperienze primarie e di quanto sia assolutamente necessario ripercorrere le nostre esperienze primarie per poter liberarci dagli schemi prefissati dentro di noi.

I risultati che le neuroscienze hanno ottenuto negli ultimi anni dimostrano in maniera scientifica ciò che la psicologia dice da molto più tempo: la nostra libertà di azione è mera illusione, nel nostro cervello sono registrate e marcate linee di azione, reazione, pensiero e solo un profondo lavoro di consapevolezza e di comprensione del perché siamo strutturati in un certo modo può liberare energie utilizzabili in nuove strutture comportamentali.

Ne parleremo in maniera approfondita più avanti.

2. Voglio un figlio, solo così mi sentirò davvero realizzata/o

L’imprinting filogenetico e il forte imprinting culturale premono ancora dentro di noi: non sei nessuno se non hai figli.

Nel tempo passato una donna che non poteva avere figli era una donna di second’ordine (il marito poteva rinnegare la moglie se questa non procreava).

La donna ha pagato maggiormente questo marchio sociale (si pensi che fino a tempi recenti non si considerava la possibilità della sterilità dell’uomo!) ed è la donna che, in maniera più marcata, pensa alla sua realizzazione come qualcosa che passa attraverso i figli.

Cultura o istinto?

Direi entrambi, ma l’istinto alla procreazione è in egual misura presente in entrambi i generi, mentre il pensiero sociale e relazionale condiziona maggiormente la donna.

Siamo noi bambine spronate a giocare con le bambole, siamo noi bambine che veniamo incoraggiate quando giochiamo alla “mamma”, siamo noi bambine–adulte che al primo posto veniamo stimolate a mettere la maternità, davanti a ogni altra cosa.

Se una donna porta avanti una scelta differente, non sempre è sostenuta anzi, molto spesso scoraggiata sia in ambito familiare che in quello lavorativo.

I tempi cambiano, per fortuna direi, ma i meccanismi profondi non così velocemente.

Vediamo un po’ di situazioni: se la tua mamma si è dedicata completamente a te, se addirittura ha vissuto attraverso te – ti ha portato a fare tutto quello che lei avrebbe voluto ma non ha potuto fare – se la sua unica fonte di felicità sei stata tu, è molto probabile che, anche contro voglia, dentro di te continui a pensarla così e, di conseguenza, nulla della tua vita ha lo stesso valore che procreare.

Potrai anche essere una professionista molto abile, avere un riscontro sociale, una buona relazione di coppia ma se dentro te agisce questo condizionamento, avere figli diventa un’urgenza imprescindibile.

Nella fase decisionale questo condizionamento porta appunto ad un’urgenza ma non crea internamente nessun conflitto, a meno che si presentino altri fattori di cui parlerò in seguito.

Il problema vero è come una donna pensa al figlio: un prolungamento di se stessa piuttosto che un essere distinto da sé. È qui che nasce il problema.

Le aspettative rispetto al figlio diventano esagerate ed esagerate sono anche le paure connesse: sarà bello abbastanza? Sarà intelligente? Ecc.

Lo stesso scenario si può presentare anche se tu, come donna, ti stai ribellando a tua madre: mia mamma non mi ha sostenuto abbastanza, non si è davvero dedicata a me, non era una “brava” mamma, le farò vedere io come si fa!

Il pericolo in questo caso di utilizzo inconscio del figlio è altissimo, rischia di diventare una lotta tra madre e figlia, dove il bambino sarà strumentalizzato, a meno che la nuova mamma non faccia un lavoro di coscienza e possa risolvere i conti sospesi con la propria madre in maniera più costruttiva.

A volte, la fantasia di realizzare se stessa attraverso i figli, è l’unica che una donna possa avere a disposizione.

Cosa intendo: se una donna è cresciuta sentendosi poco valorizzata e stimata, se nella sua esperienza di vita è incappata spesso in insuccessi, se ha di se stessa un’opinione poco lusinghiera, è possibile che veda nel diventare mamma una possibilità di riscatto.

Veniamo all’uomo. Se hai avuto genitori che hanno vissuto attraverso te, è probabile che andrai nella stessa direzione ma spesso, semplicemente, ti aspetterai che sia la tua compagna a comportarsi così.

Il riconoscimento sociale un uomo lo trova generalmente nel mondo lavorativo piuttosto che nell’essere un buon padre, ma si aspetterà che la sua donna porti avanti questa missione.

È chiaro che questa affermazione non corrisponde a verità. Oggigiorno il ruolo paterno è molto più complesso di un tempo e un padre può richiedere di assentarsi dal lavoro al posto della madre per l’accudimento del bambino, ma quanti lo fanno?

E non è “colpa” dei padri, è responsabilità condivisa dalla coppia: gli imprinting profondi non ci rendono liberi!

Ciononostante, anche nell’uomo può essere presente questa aspettativa di realizzazione, questa rivalsa – attraverso i figli – rispetto a limitazioni vissute:io non sono diventato un grande manager ma tu lo diventerai; non ho sfondato nello sport ma tu ce la farai; io non ho finito gli studi e tu prenderai tre lauree e così via.

In qualunque modo questo pensiero di realizzazione si presenti è pericoloso per il futuro figlio, e dobbiamo esserne consapevoli: il rischio di strumentalizzazione dei figli è molto alto.

Se viviamo in un mondo proiettivo, non riusciremo a vedere davvero il bambino ma solo le nostre aspettative e i nostri sogni su di lui.

Se ti è accaduto come bambino di dover soddisfare le aspettative che i tuoi genitori hanno riposto in te, sai quanto difficile sia e soprattutto quanto male faccia.

Nella mia pratica clinica lo sento continuamente.

Persone che rimpiangono di non aver potuto imparare a suonare il pianoforte ma in compenso sono diventati campioni di nuoto; volevano fare gli artigiani e siedono per giorni interi ad una scrivania “sicura”; volevano andare a cavallo e per anni hanno preso lezioni di danza classica.

Uomini e donne che, ormai in età più che adulta, non si sentono in grado di prendere decisioni per il timore di scontentare i genitori.

Cosa possiamo fare dunque?

L’unica possibilità che ognuno di noi ha è di diventare davvero adulti, risolvendo tutto ciò che a livello psicologico continua a tenerci nella condizione di figli. Facile a dirsi mi direte, meno a farsi. Vero!

Ma non dobbiamo dimenticare che le possibilità ci sono e dentro di noi ci sono risorse che se svelate possono aiutarci a crescere davvero.

3. Voglio un figlio a tutti i costi

Questa situazione è molto legata a quanto detto in precedenza, se pensiamo infatti che l’unico modo di realizzarci come persona sia avere figli, è ovvio che li vorremo a tutti i costi.

Voler un figlio a tutti i costi però, può anche appoggiarsi a convincimenti religiosi o a convincimenti ideali e di dovere: è giusto avere figli, è un mio dovere averli.

Qualunque sia il motivo che ci spinge, cosa vuol dire “a tutti i costi”?

Per esempio mettere al mondo un figlio in condizioni difficili da gestire; non avere possibilità economiche che lo rendono fattibile; non avere una situazione familiare che accolga il bambino; non avere un partner stabile; essere troppo giovani o troppo “grandi”; arrivare ad imbrogliare il partner pur di raggiungere lo scopo; sottoporsi a qualunque trattamento pur di poterlo avere (ne parlerò nel prossimo capitolo); diventare ossessivi e focalizzare tutte le nostre energie in questo pensiero trascurando ogni altro ambito: relazione di coppia, lavoro. La propria vita insomma.

Questo “a tutti i costi” peserà tanto, sia sugli adulti coinvolti ma soprattutto sui bimbi che arriveranno.

Potete immaginare le aspettative che questo bimbo dovrà soddisfare? Il peso di responsabilità che dovrà accollarsi?

Avere i figli a tutti i costi arriva ad essere un atto davvero egoista, che trascura il bene dell’altro a favore di un’ossessione nevrotica.

Non fa bene davvero. La persona che si dovesse trovare in questa situazione ha necessità di intraprendere un percorso che la possa liberare da questa “ossessione” per il proprio benessere in primis e per evitare esiti catastrofici.

Non va colpevolizzata, assolutamente, va aiutata a comprendere la sofferenza profonda che la spinge ad agire così e a poter trasformare i nuclei nevrotici in comportamenti più adatti alla vita.

4. Voglio un figlio che non arriva

Potremmo considerarlo un sottocapitolo a quello precedente in effetti: decidere di avere un figlio e non arrivare al risultato, spinge spesso le persone ad accanirsi e a volerlo a tutti costi con le conseguenze sopra riportate.

La medicina e la ricerca oggi ci offrono soluzioni impensabili solo poco tempo addietro: di fronte a difficoltà oggettive di procreazione sono possibili tutta una serie di cure che possono risolvere le problematiche.

E questo è solo un bene. Il problema è che vedo troppe coppie disfarsi e troppe persone massacrarsi nel tentativo di avere un figlio.

Mi spiego: va più che bene approfittare della scienza per risolvere situazioni limitanti, ma accanirsi a tentare e ritentare fino all’inverosimile pur di diventare genitore è deleterio e logorante per il singolo e per la coppia.

Il senso di fallimento, di non essere adeguati, di disprezzo per sé avvelena il nostro sentire e il nostro vivere.

I fallimenti a cui si va incontro segnano profondamente, le conseguenze a questi trattamenti non sono solamente fisici ma anche emotivi.

Il fare l’amore diventa un lavoro e uno stress invece che un unione con l’amato; si instaurano meccanismi di colpevolizzazione tra i partner, di vergogna pure.

Ciò che potrebbe unire la coppia nell’amore, diventa motivo di litigio, di lontananza, di sofferenza.

Spesso si tagliano i contatti sociali, non si frequentano più gli amici che hanno figli, ci si isola nel proprio dolore, si arriva addirittura a non poter più vedere una donna incinta senza piombare nel baratro della disperazione.

Drammatico vero, e tantissime persone lo vivono.

Altre volte invece, si cade in una sorta di rassegnazione che spegne il piacere della vita, che ne toglie il senso, che non ci permette di vedere quante possibilità la vita ci offre, che ci porta a considerarci persone di seconda categoria.

Quando accade questo, le persone non si muovono, non tentano nemmeno di capire se la situazione potrebbe essere modificata, l’apatia prende il sopravvento.

Difficile comprendere la giusta misura, difficile vedere dove ci si rassegna troppo presto e dove invece ci si accanisce oltre ogni dire.

Quando la vita ci pone di fronte a una situazione così fuori dal nostro controllo, è il nostro equilibrio interno che ci permette di vivere nel miglior modo e di accettare la bellezza in ogni forma.

Non è detto che il non poter avere figli sia una maledizione calata dall’alto e che la vita così non abbia senso: poter accettare la nostra realtà ci permette di trovare altro senso, di onorare quanto abbiamo e spenderci al meglio con ciò che abbiamo.

Capite, è necessario avere una buona dose di stima personale e di amore per la vita per potersi sperimentare in altre forme oltre a quella che avevamo nella mente.

5. e 6. Voglio un figlio ma il mio partner no/non voglio un figlio ma il mio partner sì

Sapete che il matrimonio religioso può essere annullato dalla Sacra Rota se uno dei due partner non vuole avere figli e l’altro partner ne fa richiesta?

Per la religione cattolica il matrimonio si fonda sull’obiettivo di procreare. Se questo obiettivo non c’è, viene a mancare il senso del matrimonio.

Possiamo tranquillamente affermare che oggi come oggi questa visione dell’unione è obsoleta, perlomeno è parziale.

Ci si unisce con un altro essere per l’amore, per il desiderio di condividere un percorso insieme, per costruire qualcosa insieme e, spesso, il costruire include l’avere figli.

Ma questa visione più ricca e articolata della relazione di coppia, non ci rende immuni a spinte e desideri differenti rispetto all’avere figli o no.

Una percentuale molto alta di noi si scontra su questo tema.

Partiamo dal presupposto che non vi sia nulla di male ad avere idee differenti all’interno di una coppia. Il problema si pone se non abbiamo la capacità di affrontare i conflitti in maniera sana e proficua.

Ricordiamoci che due individui che si amano e decidono di costruire una vita insieme hanno un passato alle spalle e dei vissuti interni che quasi mai coincidono.

Questo sapere si oscura spesso, crediamo che l’altro debba pensare come noi e sentire come noi.

Crediamo, nel nostro egocentrismo, che il nostro pensiero sia l’unico corretto, che le nostre ragioni siano più vere di quelle dell’altro. Ovvio che questa affermazione vale per ogni ambito della relazione, ma focalizziamoci sul sì/no ai figli.

Tutte e due i partner sono essi stessi figli e, di conseguenza, portano dentro di loro i vissuti connessi. Se non vi è lo spazio necessario all’ascolto dell’altro, alla verità dell’altro, alla condivisione con l’altro, ci si trova schierati contro l’altro e la guerra inizia, spesso con armi pericolose.

Qualche esempio? La minaccia: se non mi dai un figlio ti lascio.

L’inganno: faccio delle cose di nascosto per raggiungere il mio obiettivo (non prendere precauzioni e l’altro è sicuro che vi siano; prenderle e l’altro pensa di no…)

La colpa: sei tu la causa del mio malessere. La ripicca: tu non mi dai quello che voglio e io non do a te ciò che vuoi. Il sadismo: ti faccio sentire terribile, una persona indegna. Il tradimento: lo faccio con qualcun altro.

Capite le conseguenze? La coppia in molti casi si sfascia sotto questa pressione e anche se non vi è separazione, l’allontanamento affettivo si verifica.

Bisogna davvero essere adulti per affrontare nel modo migliore una vita assieme e risolvere i conflitti assieme.

È necessario essere consapevoli della propria individualità per poter essere aperti all’individualità dell’altro.

In casi del genere, richiedere un aiuto esterno non è sintomo di debolezza, ma di grande intelligenza: ripercorrere le tappe di ognuno per arrivare ad una soluzione buona (che non esclude anche la separazione) è davvero difficile farlo da soli, intrappolati nei propri meccanismi di cui ho già parlato.

7. Non voglio un figlio ma tutti se lo aspettano

Vi ricordate la prima volta che la nonna, il nonno, la mamma, il papà, la zia di terzo grado vi ha detto: “quando mi dai un nipotino?”.

Siamo nel 2009 ma questa situazione continua ad essere di attualità. La spinta a diventare genitori è sempre molto intensa, soprattutto nel nucleo familiare.

E di nuovo ci siamo: quanto siamo liberi di decidere? Quanto siamo adulti abbastanza da non sottostare alle aspettative altrui?

So di genitori che, nel silenzio del loro mondo interiore, soffrono tanto e sono preoccupati perché il loro figlio o la loro figlia alla bella età di 35 anni ancora non hanno figli.

So di figli costantemente sotto pressione perché non adempiono a questa aspettativa. So di persone lacerate dal conflitto.

Perché tutto questo? Non siamo più all’epoca dove si veniva “marchiati” se non si avevano figli, ma il condizionamento profondo può agire in noi ancora prepotentemente.

Per acquisire la propria libertà è necessario un grande impegno e un grande lavoro e se non si hanno gli strumenti adeguati, ci si arrende alla strada più facile ma non necessariamente più felice.

Mettere al mondo un figlio per fare piacere a qualcuno porta a molte conseguenze. Possiamo essere molto arrabbiati con questo qualcuno e fargliela pagare in vari modi – un esempio può essere questo: ho messo al mondo un figlio per farvi contenti ma non ve lo faccio frequentare, situazione davvero penosa per i nonni e anche per il bimbo a cui è tolta un’importante risorsa.

Possiamo regalare il bimbo a questo qualcuno, una situazione tipica è la figlia che dona il bimbo alla madre, mettendolo al mondo ma non occupandosi di lui.

Possiamo arrivare a detestare il bimbo nato perché ci toglie la possibilità di percorrere la vita come avremmo voluto.

Insomma, conseguenze non da poco.

Perciò capite quanto sia importante prendere questa decisione in libertà e responsabilità.

Un po’ di scienza

Non è mia intenzione trasformare questo articolo in un trattato scientifico, ma vorrei riprendere un concetto che chiarisce il nostro funzionamento.

Ho detto che per poter essere liberi di prendere una decisione consapevole bisogna conoscere e superare i propri meccanismi automatici, e che questi meccanismi nascono dalle interazioni primarie dei nostri primi anni di vita (i nostri genitori o chiunque ne abbia fatto le veci).

Ma in che modo si strutturano? E quanto dipende dai “geni”?

Questa disputa, apporto genetico e apporto ambientale, ha caratterizzato per molti anni i dibattiti.

Dove siamo ora?

Da un determinismo genetico stretto a una controtendenza ambientale altrettanto stretta, oggi molti scienziati concordano sul fatto che le influenze genetiche e quelle ambientali sul comportamento sono in realtà assolutamente inestricabili, la natura e l’ambiente sono entrambi fattori che si integrano, in modo dinamico, sin dai primi momenti dello sviluppo umano.

Tra l’altro le influenze genetiche sono molto più flessibili di quello che si è portati a pensare e sarebbe un grande handicap se le stesse non fossero sensibili alle influenze ambientali.

“Periodi critici dello sviluppo: lo stretto legame tra influenze genetiche e ambientali varia, per le diverse funzioni psicologiche, a seconda anche del particolare periodo del processo della crescita. La sequenza maturazionale dell’espressione dei geni nelle cellule cerebrali è correlata alla maturazione in tempi diversi della produzione delle sinapsi nei vari siti del sistema nervoso centrale. Durante questi periodi di rapida crescita, si formano più connessioni di quante verranno alla fine effettivamente utilizzate. L’ambiente in cui il cervello si trova nei diversi periodi critici determinerà quali connessioni rimarranno usate (cioè, verranno attivate) e quali invece non sopravvivranno. Le connessioni che non sono state sufficientemente attivate, verranno allora “potate” dalla struttura ancora in corso di maturazione. Durante questi periodi critici, pertanto, le strutture cerebrali in via di sviluppo sono particolarmente sensibili alle influenze ambientali. Vi è un gran numero di periodi critici nei primi tredici anni di vita, cioè, nel lungo periodo dell’infanzia e della pubertà.”

(Il cervello e il mondo interno, M. Solms e O. Turnbull – 2002)

In parole più semplici: nel nostro cervello, durante l’infanzia, si creano la maggior parte dei circuiti che andranno a determinare il nostro comportamento, il nostro modo di pensare, sentire, agire e reagire.

Questi meccanismi subiscono l’influenza dell’ambiente in cui ci troviamo. Questo ambiente, in primis, è costituito dai nostri genitori e dalla nostra relazione con loro.

Capite quindi quanto sia importante per la nostra vita questo primo periodo e l’impatto relazionale che in quel periodo abbiamo. Questa strutturazione ci chiarisce anche il perché sia così difficile modificare i nostri comportamenti, anche quando non ci piacciono, anche quando non sono funzionali.

Basta conoscere questo fatto per poter cambiare?

Pare di no e credo sia esperienza condivisa, ma comunque resta il primo passo: non è possibile modificare nulla se prima non se ne diventa coscienti.

Per tornare al nostro tema: come posso decidere in libertà di diventare genitore?

Un metodo che aiuta

Il Metodo Hoffman parte proprio dalla premessa che i primi anni di vita sono importanti per la strutturazione del nostro carattere.

Vede nei genitori i più grandi attori di questa strutturazione e aggiunge un elemento tutt’altro che trascurabile: l’amore.

L’amore che i genitori hanno per i figli e l’amore che i figli hanno per i genitori.

Quando si parla di amore, la volontà non può fare da padrona.

Mi spiego: tutti noi abbiamo l’esperienza di essere riusciti a modificare un’abitudine (per esempio abbiamo smesso di fumare, o imparato un nuovo percorso per arrivare al lavoro).

Cosa significa questo?

Che i nostri circuiti cerebrali non sono immutabili e se, con impegno, volontà e pratica, adottiamo altri comportamenti, piano piano modificheremo gli schemi.

Ma se inconsciamente sentiamo che non è giusto modificarli? Se questi schemi sono stati funzionali all’amore, la forza di volontà non basterà a cambiarli. Per essere pratici: se un bimbo ha l’esperienza di ricevere amore e gratificazione se farà “il bravo bambino”, porterà avanti questo ruolo anche da adulto, nonostante magari non sia funzionale a quello che sarebbe necessario fare (ad esempio, essere assertivo in certe situazioni).

Se un bimbo è gratificato nel suo sviluppo intellettivo, svilupperà maggiormente questa competenza a scapito di altre (ad esempio, quella emozionale).

Se un bimbo ha visto i suoi genitori sacrificarsi, lo farà anche lui, e così via. Perché? Per amore.

Il Metodo Hoffman aiuta le persone che vogliono diventare genitori accompagnandoli in un viaggio di riconquista della propria infanzia per scoprire, nell’amore e nella comprensione, come liberarsi dai condizionamenti avuti e poter essere genitori loro stessi.

Modificare i circuiti cerebrali non è un atto meccanico ma un viaggio profondo e stupefacente in noi stessi per comprendere, accettare, onorare ciò che c’è stato dato, riconoscere l’amore anche travestito da odio o rancore e poterlo esprimere in un modo nuovo, anche come genitore.

  • Home
  • NEWS
  • Perché si decide di diventare genitori